C’è una parola a Taranto che racchiude un intero mondo ed è sorprendente sentirla vivere, con la stessa voce, anche in tante altre realtà limitrofe. Una parola che sa di vicoli stretti, di sere d’estate, di dita appiccicose e di risate grasse. Quella parola è “nzvus” (sporco).
Se non siete di qui, probabilmente “storcerete ” il naso. Sporco? Unto? E che c’è da vantarsi?
Ma aspettate, perché dietro questo aggettivo apparentemente poco lusinghiero si nasconde qualcosa di più profondo: un pezzo di identità, un modo di vivere, quasi una filosofia.

Nzvus: da dove proviene questa parola così strana?
La storia di nzvus parte da lontano, addirittura dal latino. Sebum – il grasso animale – è l’antenato nobile di questo termine così popolare. Nel tempo, passando per il napoletano e altri dialetti pugliesi, sebum si è trasformato in sivo, e da lì è nato il verbo dialettale “nzivare”: ungere, macchiare di grasso.
Lo nzvus, quindi, è letteralmente colui che è stato “inzivato”: quella patina un po’ appiccicosa che ti ritrovi sulle mani dopo aver maneggiato qualcosa di fritto o sulla maglietta dopo una giornata in officina.
Ecco, quello è essere nzvus.

Nzvus è un insulto?
Dipende. E qui sta il bello. A Taranto, dare dello nzvus a qualcuno può significare almeno tre cose diverse, e tutto sta nel tono con cui lo dici.
C’è l’uso più semplice, quello letterale. Il bambino che torna a casa dopo aver divorato un gelato e sembra uscito da una battaglia con la Nutella? “Si proprie nu nzvus!” La maglietta preferita con quella macchia d’olio che non va più via? Nzvus pure quella.
Poi c’è l’accezione un po’ più pungente, quella morale. Qui nzvus diventa sinonimo di persona trasandata, sciatta, magari un po’ losca. Uno che non si cura troppo dell’apparenza o, peggio, che ha qualcosa di “sporco” nei modi di fare.
Ma la terza accezione è quella che ci interessa di più, perché ribalta completamente le carte in tavola.

Quando “unto” significa buono
Nel mondo dello street food, nzvus è quasi un complimento. Anzi, è il complimento. Quel panino che trasuda salse da ogni lato? Nzvus. Quelle patatine fritte così unte che il cartoccio diventa trasparente? Nzvus. Quel pollo dorato nell’olio bollente che ti costringe a usare una montagna di tovaglioli ma ti fa chiudere gli occhi dal piacere? Nzvusissimo.
È lo sporco goloso, quello che non puoi evitare e nemmeno vuoi. È il peccato gastronomico che si assolve da solo.
Nzvus e zozzo non sono la stessa cosa
Attenzione a non confonderli, perché qui a Taranto le sfumature contano. “Zozzo” è lo sporco generico. La polvere, il fango, la macchia indefinita. Può essere qualsiasi cosa.
Nzvus invece ha sempre a che fare con il grasso, con l’olio, con qualcosa che attacca. È uno sporco che ha consistenza, che lascia il segno, che spesso ha anche un sapore. È lo sporco con personalità.

Perché riscoprire questa parola oggi
In un’epoca ossessionata dalla perfezione, dalle foto ritoccate e dalle mani sempre igienizzate, c’è qualcosa di liberatorio nel concetto di nzvus.
Ci ricorda che le nostre radici sono fatte di strada, di lavoro manuale, di piaceri semplici e un po’ disordinati. Che a volte la felicità ha la forma di un panino mangiato sul cofano della macchina a mezzanotte, con l’olio che cola sulle mani e il sapore che resta in bocca per ore.
Essere un po’ nzvus, in fondo, fa parte del nostro DNA. E forse dovremmo ricordarcelo più spesso.




Come sempre articoli interessanti ed istruttivi che allargano la nostra conoscenza riguardo ad etimologia e significato dei termini a volte a noi sconosciuti. Brava Sara!