Le parole che i nonni pugliesi dicono il 2 novembre

da | Nov 2, 2026 | pugliesismi, Storia, arte e cultura

Ci sono parole che non si trovano nei libri di grammatica, ma che restano impresse nella memoria come il profumo di una cucina, una visita al cimitero o una voce familiare che ci chiamava dalla stanza accanto. 

In Puglia, molte di queste parole appartengono al 2 novembre, il Giorno dei Morti, una ricorrenza che per generazioni ha intrecciato fede, tradizioni popolari e racconti tramandati dai nonni. Perché, prima ancora di parlare di commemorazione dei defunti, nelle case pugliesi si parlava di anime, di calze dei morti, di grano cotto e di quelle usanze che oggi rischiano di sopravvivere soltanto nei ricordi di chi le ha vissute.

E allora facciamo un viaggio nel dialetto e nelle tradizioni pugliesi, alla riscoperta delle parole dei nonni pugliesi che raccontano il legame speciale tra i vivi e chi non c’è più.

Il 2 novembre e il dialetto dei nonni pugliesi

In molte comunità pugliesi, la ricorrenza del Giorno dei Morti era accompagnata da credenze popolari, piccoli rituali domestici e racconti che gli anziani tramandavano ai più piccoli.

Si credeva, in alcune zone, che nella notte tra l’1 e il 2 novembre le anime dei defunti tornassero simbolicamente nelle case dei propri cari. Per questo, soprattutto in alcune località della Capitanata e del Gargano, si lasciavano cibi sulla tavola o si preparavano doni per i bambini.

Non si trattava soltanto di superstizioni: erano modi per mantenere vivo il ricordo dei familiari scomparsi, rendendoli ancora presenti nella vita quotidiana. E proprio da queste credenze arrivano alcune delle espressioni più suggestive della tradizione popolare pugliese.

⁠Le anime: quando i nonni parlavano dei defunti

La parola “anime” aveva un significato particolare nel racconto popolare. Non indicava soltanto le persone che non c’erano più, ma anche quelle presenze spirituali che, secondo le credenze tramandate in famiglia, potevano tornare a far visita ai propri cari, come le anime erranti nei boschi del Gargano e le Janare di Benevento che popolano i racconti di una Puglia misteriosa.

In alcune zone si parlava delle anime del Purgatorio, protagoniste di racconti, preghiere e rituali legati alla commemorazione dei defunti. I nonni raccontavano queste storie con grande naturalezza. A volte con devozione, altre con quel pizzico di mistero capace di catturare l’attenzione dei bambini.

La calza dei morti: il regalo che arrivava dai defunti

Non tutti i bambini aspettavano soltanto la Befana. In alcune località pugliesi, soprattutto sul Gargano, esisteva anche la tradizione della calza dei morti, chiamata in dialetto garganico cavzett de l’anème’i mùrte, con possibili varianti nella pronuncia e nella scrittura locale.

Un tempo, nelle calze non c’erano soltanto dolciumi: si potevano trovare noci, mandorle, fichi secchi, melagrane e altra frutta di stagione. Con il passare degli anni, questi doni sono stati spesso sostituiti da caramelle e cioccolatini.

Il significato, però, restava lo stesso: i defunti continuavano a prendersi cura dei bambini, anche dopo la morte.

Cicc cuòtt: il grano dei morti che racconta la vita

Tra le espressioni più caratteristiche del 2 novembre troviamo cicc cuòtt, una denominazione dialettale del grano cotto, conosciuto anche come grano dei morti o colva.

È una preparazione tradizionale particolarmente legata alla provincia di Foggia e ad altre zone della Puglia settentrionale. La ricetta unisce chicchi di grano bolliti, melagrana, noci, mandorle e altri ingredienti, spesso arricchiti con vincotto e cioccolato. Il nome può cambiare da paese a paese, così come cambiano le ricette di famiglia. In alcune località si sente parlare di cicce cutte,  in altre di grano cotto o colva.

Ma perché preparare proprio il grano per il Giorno dei Morti?

Il grano è un simbolo di nutrimento e rinascita: viene seminato nella terra, sembra scomparire e poi torna a germogliare. La melagrana, con i suoi numerosi chicchi, richiama invece la fertilità e l’abbondanza.

Non è soltanto una ricetta da custodire in un quaderno ingiallito. È una tradizione che racconta il rapporto dei pugliesi con la terra, con la famiglia e con la memoria dei propri cari.

Fucacoste e cocce priatorje: fuochi e teste del Purgatorio

Le fucacoste sono i fuochi accesi nelle strade e negli spazi del paese, mentre le cocce priatorje sono le zucche intagliate e illuminate dall’interno, che evocano le anime dei defunti.

Nella notte tra l’1 e il 2 novembre, il paese si anima di luci e rituali che fondono memoria, devozione e folklore.

Le parole dei nonni pugliesi che rischiamo di dimenticare

Il dialetto del Giorno dei Morti non è fatto soltanto di termini curiosi. È fatto di frasi pronunciate a tavola, di racconti ascoltati prima di andare a dormire, di ricette preparate seguendo gesti antichi e di usanze che ogni famiglia interpretava a modo proprio.

Oggi molte di queste tradizioni sono cambiate, altre resistono ancora. Conservarle significa proteggere una parte importante della cultura pugliese, fatta di dialetti, memorie familiari e storie tramandate oralmente.

Ecco perché vale la pena chiedere ai nostri nonni come chiamavano queste usanze, quali parole usavano e che cosa ricordano del 2 novembre della loro infanzia.

1 commento

  1. Maria Carmela Susca

    Complimenti, come sempre, Sara. Ricordare ciò che è parte delle nostre tradizioni, del nostro territorio è mantenere vivo un rituale, una usanza che non deve scomparire. I giovani devono sapere ciò che è giusto ciò che è bene più che festeggiare Halloween che non ci appartiene.

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